Un mondo di plastica

                       

 

     

La plastica è stato il materiale che ha visto un incredibile incremento d’impiego dagli anni ’50 ad oggi in quasi tutti i settori delle attività umane, è seconda solo alla produzione d’acciaio e calcestruzzo.
Le plastiche sono polimeri organici che derivano in maggior parte dalla lavorazione del petrolio, ne esistono una gran quantità di tipi diversi a seconda dell’uso: il polietilene utilizzato per fare flaconi, tubi, sacchetti e imballaggi; il polistirene (detto anche polistirolo) è usato per imballaggi, per fare pezzi d’automobili, di elettrodomestici e talvolta anche giocattoli;

il cloruro di polivinile (PVC) è la plastica più utilizzata per fare serramenti esterni, giocattoli, bottiglie, contenitori, grondaie, calzature, rivestimenti di fili elettrici, tappezzerie, finta pelle. Ci sono numerosissime varianti di queste plastiche appena elencate e tutte quante prendono parte in qualche aspetto della nostra vita, basta guardarsi un attimo attorno per capire quanto la plastica venga utilizzata in casa nostra e in tutti gli spazi pubblici.
Nel corso dei decenni dalla seconda metà del ‘900 la plastica è stata sempre più utilizzata grazie alle numerose qualità: la grande facilità di lavorazione, l’economicità, la colorabilità, l’isolamento acustico, termico, elettrico, meccanico (vibrazioni), la resistenza alla corrosione ( in alcuni casi ) e l’inerzia chimica, nonché l’idrorepellenza e l’inattaccabilità da parte di muffe, funghi e batteri. I difetti sono l’attaccabilità da parte dei solventi (soprattutto le termoplastiche) e degli acidi (in particolare le termoindurenti) e scarsa resistenza a temperature elevate.
Insomma la plastica ha contribuito in parte a far progredire la nostra società, ma a quale prezzo? Tutti la utilizziamo ma in pochi si pongono il problema di quale fine farà una volta che non serve più. Purtroppo una grandissima quantità di rifiuti plastici viene dispersa nell’ambiente quando non è più utile. Basta pensare a tutte le volte che camminando per strada si incontrano sui marciapiedi rifiuti plastici di ogni genere, la maggior parte delle volte vengono dispersi a causa della pigrizia e dell’inciviltà della gente, che non trovando un apposito contenitore nelle vicinanze getta a terra i propri rifiuti. La plastica non sporca solo le nostre strade, ma anche i boschi, le aree verdi e soprattutto il mare; trasportata dalle piogge e dai venti verso le grandi distese blu crea danni gravissimi all’ecosistema marino.
 
L’INQUINAMENTO DEGLI OCEANI E LA CONTAMINAZIONE DELLA CATENA TROFICA
Secondo un dato delle Nazioni Unite ogni anno vengono riversate in mare 8 milioni di tonnellate di plastica, l’equivalente di un camion intero al minuto. Questa stima ha portato la fondazione Ellen MacArthur ad affermare una sconvolgente verità se si andrà avanti di questo passo: entro il 2050 nei mari ci saranno più rifiuti di plastica che pesci.
Le principali cause di questa crisi globale sono i vestiti sintetici, le bottiglie, gli imballaggi, i sacchetti usa e getta, i cosmetici contenenti microplastiche e i cotton fioc. Quindi gli indiziati sono le plastiche monouso che vengono smaltite in modo scorretto. Attualmente nel mondo soltanto il 5% della plastica che produciamo viene riciclata correttamente, il 40% finisce in discarica e la quantità rimanente va a contaminare gli oceani. Tutti i mari del globo contengono 270 milioni di tonnellate di plastica, l’equivalente a 5250 mila miliardi di particelle di questa sostanza. Un dato mostruoso che è destinato a peggiorare.
Le più “subdole” nonché pericolose sono le microplastiche e le nanoplastiche, esse si producono dal lento deterioramento di oggetti più grandi oppure possono essere presenti nei cosmetici; sfuggono quasi sempre al filtraggio dei depuratori perché hanno dimensioni di gran lunga inferiori ai 5 mm.
Le prime possono penetrare nei tessuti umani, le seconde possono addirittura penetrare le pareti cellulari, la loro presenza all’interno di un essere vivente causa gravi problemi al sistema endocrino.
Fanno parte di questo tipo di plastiche i glitter, presenti in numerosissimi prodotti di cosmesi come i rossetti, i lucidalabbra, gli ombretti e in tutti gli accessori promossi da numerose multinazionali che però non ci dicono quanto possono essere devastanti per la salute umana e per l’ambiente.
Essi assieme a tutte gli altri oggetti delle due categorie citate poc’anzi contengono polietilene tereftalato (PET) che finendo nel sistema endocrino porta effetti negativi per lo sviluppo neurologico, riproduttivo e immunitario degli esseri viventi. 
Glitter prodotti dalle case di cosmetici.
Una prova lampante arriva dallo studio di Alan Jamieson dell’Università di Newcastle che è andato ad indagare all’interno dei piccoli crostacei che popolano uno dei posti più inaccessibili della Terra: la fossa delle Marianne. A quasi 11 mila metri di profondità in pieno oceano Pacifico sono stati trovati nylon, rayon, lyocell, ramia, polietilene e polivinile (PVC) negli intestini dei piccoli anfipodi. Oltre a queste sono state rinvenute alcune sostanze definite inquinanti persistenti usati per scopi industriali e banditi dalla comunità internazionale a partire dagli anni ’70; sono i policlorobifenili (PCB) e i polibromodifenileteri (PBDE), la loro tossicità è paragonabile a quella della diossina. Tali sostanze sono arrivate sul fondo degli oceani attraverso la plastica e i resti degli animali morti che le avevano ingerite. Se le attività umane sono state in grado di compromettere uno dei luoghi più remoti e inospitali del pianeta significa che il problema dell’inquinamento marino e molto più grave di quanto si pensi, l’uomo sta usando gli oceani come una discarica in un modo sempre più irresponsabile.
Anfipode della fossa delle Marianne.
Se si va a pensare che tali rifiuti vengano ingeriti soltanto da questo genere di piccoli crostacei si commette un grosso errore. Le plastiche finiscono anche nell’intestino di numerosissimi pesci, uccelli marini e cetacei che muoiono dopo lunghe agonie. Esse possono essere ingerite direttamente quando sono in sospensione nell’acqua perché vengono scambiate per krill, plancton o per meduse per quanto riguarda le tartarughe marine; altre volte vengono ingerite quando si trovano già all’interno di crostacei e pesci che fungono da cibo per gli animali più grandi. Quest’ultimo fatto è molto grave anche per l’essere umano, poiché il pesce che peschiamo e che poi finisce sulle nostre tavole può essere contaminato da microplastiche, che se vengono ingerite possono accumularsi nei nostri tessuti e creare gravi problemi. Quindi ciò che buttiamo in mare in qualche modo ci ritorna sempre indietro, la catena alimentare viene destabilizzata da questo problema e ne paghiamo tutti le conseguenze, si raccoglie ciò che si semina.
 

Gli effetti devastanti della plastica sugli animali che vivono nell’oceano.

 
Un capodoglio morto per aver ingerito 20 kg di plastica.
 
Un albatros morto pieno di plastica.
Di recente è stato condotto uno studio sull’acqua contenuta nelle bottiglie di plastica di nove paesi sparsi per il mondo. Lo studio è stato promosso dall’Organizzazione mondiale della sanità, che ha analizzato 259 bottiglie d’acqua di 11 marchi diversi traendo una triste conclusione: il 90% delle acque studiate contiene tracce di plastica.  Le analisi  svolte nei laboratori dell’Università di Fredonia negli Stati Uniti, hanno riscontrato ben 315 particelle di plastica per ogni litro d’acqua. Il tipo di plastica rinvenuta è il polipropilene, lo stesso che si usa per fare i tappi delle bottiglie, delle 259 bottiglie testate solo 17 non contenevano plastica. Per individuare con estrema precisione le particelle gli scienziati hanno utilizzato il colorante rosso Nilo, che tende ad attaccarsi solo sulla superficie delle plastiche e non sugli elementi naturali. Le bottiglie analizzate sono state acquistate negli Stati Uniti, Cina, Brasile, India, Indonesia, Messico, Libano, Kenya e Tailandia e i marchi presi in considerazione sono Aqua (Danone), Aquafina (PepsiCo), Bisleri (Bisleri International), Dasani (Coca-Cola), Epura (PepsiCo), Evian (Danone), Gerolsteiner (Gerolsteiner Brunnen), Minalba (Grupo Edson Queiroz), Nestlé Pure Life (Nestlé), San Pellegrino (Nestlé) e Wahaha (Hangzhou Wahaha Group).
Dunque la plastica che sia attraverso il cibo che mangiamo o attraverso l’acqua che beviamo trova sempre il modo di arrivare a noi, ormai non esiste più alcun luogo o qualsiasi cosa nel mondo che non sia inquinato dalla plastica a livelli preoccupanti.
Ma chi sono i principali paesi produttori di rifiuti plastici che finiscono nei mari? Nel corso degli anni sono stati effettuati numerosi studi per comprendere la portata del problema, uno dei più attendibili è senza dubbio quello di Jenna Jambeck che insegna ingegneria ambientale presso l’Università della Georgia. Secondo la sua ricerca su 8.8 milioni di tonnellate riversate in mare ogni anno, 5.5 milioni provengono da fiumi che attraversano stati asiatici nell’estremo Oriente. La maglia nera spetta alla Cina con 3.5 milioni di tonnellate seguita da Indonesia, Filippine, Thailandia, Vietnam, Malesia, India, Sri Lanka e Bangladesh. Per quanto riguarda l’Africa i paesi che producono più rifiuti plastici che vengono riversati in mare sono l’Egitto e la Nigeria.  La conferma che questi studi sono corretti è arrivata dall’analisi delle acque dei maggiori fiumi asiatici e africani. E’ stata pubblicata una ricerca su ” Environmental Science and Technology ” da parte dei ricercatori del centro Helmholtz di Lipsia i quali affermano che i fiumi che trasportano più rifiuti verso il mare aperto ( circa il 90% del totale ) sono il fiume Azzurro, il fiume Giallo, il fiume delle Perle, il fiume Hai, l’Indo, il Gange, il Mekong e l’Amur, assieme ai due grandi fiumi africani Nilo e Niger.
Un bambino raccoglie la plastica in uno dei mari asiatici.
Il Mar dei Caraibi invaso dalla plastica.
I rifiuti plastici una volta che raggiungono il mare vengono presi in carico dalle correnti, esse sono così forti negli oceani che tendono ad accumulare tutto il materiale in zone specifiche, formando così delle immense distese d’immondizia.  Nel Nord del Pacifico si è formata un’enorme chiazza denominata Pacific Trash Vortex; essa si è formata a partire dagli anni ’80 grazie al moto della corrente Vortice Subtropicale del Nord Pacifico che effettua un’azione a spirale in senso orario. Secondo le stime questo accumulo di pattume plastico si estende da un minimo di 700 mila km² fino a più di 10 milioni di km².

Pacific Trash Vortex.

Di recente è stata scoperta una seconda Isola di plastica nel Sud Pacifico grande otto volte l’Italia, ha le dimensioni dell’intero Mar Mediterraneo. Le prove della sua esistenza sono state fornite dal team di ricerca del capitano Charles Moore, lo stesso che ha scoperto l’isola di spazzatura del Nord Pacifico nel 1977. Algalita, la sua fondazione, ha analizzato le acque al largo del Cile e del Perù, in particolare attorno l’isola di Pasqua e di Robinson Crusoe; oltre a trovare bottiglie, imballaggi, boe, è stata rinvenuta un’incredibile concentrazione di microplastiche grandi al massimo come un chicco di riso, sono milioni di particelle per  km² che si estendono sia in orizzontale che in verticale lungo la colonna d’acqua, una sorta di ”smog” plastico difficile da contrastare a causa delle minute dimensioni del particolato. In questa regione del mondo alcuni atolli sono stati completamente ricoperti dalla plastica, un esempio inconfutabile è l’isola di Henderson la cui superficie è occupata per il 99% da plastica suddivisa in 38 milioni di pezzi. Le immagini e i video delle sue spiagge ormai invase dai rifiuti sono impressionanti.


Isola di Henderson, una delle sue spiagge ridotta ad una discarica di plastica.
Un altra prova di quello che sta succedendo nei nostri oceani è data dall’isola di Bali in Indonesia, le cui acque cristalline sono ormai diventate una brodaglia di plastica galleggiante. Un tempo era un habitat ideale per la riproduzione delle mante, ora in pochissime si riuniscono lungo le sue coste.
A Nairobi si è tenuto un vertice dove l’assemblea dell’Unep ha siglato un accordo non vincolante con vari stati per combattere l’inquinamento dei mari dovuto alla plastica. L’obiettivo è quello di ridurre lo sviluppo dei materiali plastici e prevenirne la dispersione in mare, incoraggia gli stati ad adottare un’economia circolare per incrementare il riciclo e il monitoraggio dei rifiuti. Si auspica inoltre un grande impegno per ripulire le spiagge e i mari di tutti i paesi interessati, ci sono già stati dei buoni risultati: Oman, Sudafrica, Sri Lanka e Cile si sono uniti alla campagna ” Clean Seas” ; la presidente del Cile Michelle Bechelet ha firmato un disegno di legge che vieta la vendita di sacchetti di plastica in tutte le città e villaggi situati lungo la costa cilena.
Cosa si può fare per provare a rimediare a questa catastrofe planetaria?
Ci sono numerosi progetti che sono nati per ripulire gli oceani, i due più efficaci ed ambiziosi a parer personale sono il Seabin Project e Ocean Cleanup. Il primo prevede una sorta di pattumiera galleggiante il cui scopo è quello di convogliare al suo interno i detriti galleggianti come imballaggi, bicchieri di plastica, sacchetti, oli, carburanti, detergenti, insomma qualsiasi cosa possa danneggiare la fauna e la flora marina. L’acqua una volta entrata al suo interno viene filtrata per separarla dai rifiuti e poi rimessa in mare attraverso l’estremità inferiore del ”cestino”. Quando il Seabin è pieno bisogna estrarre un sacchetto e svuotarlo per smaltire correttamente tutti i rifiuti che ha pescato. E’ una sorta di aspirapolvere dei mari che può operare nei porti o presso le località balneari dove le correnti marine non sono troppo forti, volendo lo si può anche agganciare alla propria imbarcazione, funziona con estrema semplicità 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno.
Il Seabin in azione.
Il secondo progetto è molto più vasto e di difficile realizzazione, sia per le modalità d’impiego del materiale a disposizione sia per la necessità di trovare ingenti somme di denaro che lo finanzino. L’idea geniale è venuta ad un giovane ragazzo olandese, il suo nome è Boyan Slat. Egli era afflitto dal pensiero che non si potesse fare nulla per aiutare gli oceani dall’invasione della plastica se non limitarne banalmente il consumo, così a soli 21 anni ideò un geniale sistema che sfrutta le correnti oceaniche per raccogliere la plastica. Un imponente muro a forma di V si contrappone alle correnti oceaniche facendo da ”filtro” e convogliando tutti i rifiuti in un unico punto da cui sarà poi molto più semplice recuperarli. Tale sistema se avrà successo e verrà appoggiato dai fondi d’investimento permetterà di rimuovere in soli 10 anni la metà dei 154 milioni di tonnellate di rifiuti presenti nell’enorme isola d’immondizia del Pacifico. Senza l’aiuto di questo sistema si è stimato che l’uomo impiegherebbe più di 79 mila anni per ripulire tutti gli oceani dalla plastica. La barriera progettata dai tecnici di Slat è lunga 100 metri è viene posta 5 metri sopra e sotto il livello del mare, è stata testata con successo nel mare del Nord.
La ”diga” del progetto Ocean Cleanup.
 Nel nostro piccolo ognuno di noi può fare molto per migliorare la situazione disastrosa che si sta creando nei nostri mari. Bisognerebbe cambiare l’approccio che abbiamo verso gli scarti di plastica che produciamo, essere attenti a non disperderli nell’ambiente e non essere troppo pigri o disinteressati a riporli negli appositi contenitori per lo smaltimento.  Bisogna quindi incentivare il riciclo del materiale plastico. Dovremo privarci delle comodità e funzionalità della plastica? No, perché essa può essere benissimo sostituita da materiali biodegradabili in molti casi per quanto riguarda i cosmetici con i glitter, i cotton fioc per l’igiene personale, i sacchetti della spesa e gli imballaggi.  Molti governi si stanno mobilitando per abolire le microplastiche presenti in tutti i prodotti di cosmesi e nell’abbigliamento per preservare la nostra salute e il nostro ambiente. Ormai non si può più aspettare, tutti dovrebbero fare la propria piccola parte in questa sfida infinita che interesserà il nostro mondo negli anni avvenire.
 Marco Divincenzo
Fonti:
Laura Eduati L’Huffington Post, ”Ocean Cleanup, a 21 anni comincia a dirigere la più grande operazione di pulizia dalla plastica negli oceani”.
Luigi Bignami su Focus, ”Inquinamento fin nelle profondità della Fossa delle Marianne”
Dominella Trunfio su Green Me, ”Glitter: ecco perché non dovrebbero mai più essere usati ”
Elmar Burchia sul Corriere della Sera, ”Nel 2050 nei mari ci sarà più plastica che pesci”
 Maurizio Bongioanni su Lifegate, ”Nanoplastiche nei mari: quelle particelle invisibili alla ricerca scientifica ”
Pacific Trash Vortex, Wikipedia
 Francesca Buoninconti su Micron, ”Oceani di plastica: una storia di cent’anni”
Giacomo Talignani su Repubblica, ” C’è un’altra isola di plastica nel Pacifico del Sud: è grande otto volte l’Italia”
Davide Michielin su National Geographic, ”Sopra un mondo di plastica ”
Comunicato stampa di Greenpeace, ” Le microplastiche nei prodotti per l’igiene personale continuano a contaminare l’ambiente”.
 
 

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